Partiamo da un primo momento celebrativo che è quanto mai complesso anche se semplice, costantemente vissuto, per cui la dinamica totale spesso magari ci sfugge, quelli che chiamiamo tradizionalmente:
RITI INTRODUTTIVI (Ufficio dell’Introito) Segno del Riunirsi.
Tutti gli elementi che compongono l’Ufficio dell’introito hanno una dinamica ed un significato.
- la processione introitale
- saluto all’altare
- segno di croce iniziale
- saluto all’assemblea
- allocuzione introduttiva
- l’atto penitenziale
- la litania “Signore pietà”
- il Gloria la colletta.
Di fatto tutto l’ufficio dell’introito significa la venuta di Cristo in mezzo ai suoi, quindi l’introito ritualmente è un tipo-segno che rimanda all’antitipo. L’antitipo è la realtà-Cristo. Questa presenza veniente del Cristo pone il popolo di Dio radunato nel circolo della presenza divina, quindi diciamo che l’ufficio dell’Introito ha due aspetti: simboleggia Cristo che viene in mezzo a suoi, come popolo riferito, e lo mette in relazione alla divina presenza.
Vediamo il primo elemento:
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La processione introitale: questa processione d’ingresso celebra la venuta del Figlio di Dio, l’assemblea partecipa alla processione d’ingresso, anche quando sta ferma ai suoi posti, partecipa accogliendo questa presenza. Questa processione è formata dal Presbitero accompagnato dai Ministri cioè da tutti coloro che nella celebrazione forniranno i ministeri significativi per la costituzione dell’assemblea. Possiamo anche dire che attraverso questa presenza professionale dei ministri si esprime l’ufficio della Presidenza e di quanti condividono la presenza dell’assemblea. Questa processione ha un inizio e quindi “procede da..”, per giungere “a” ed è una dimensione simbolica ecco perché va considerata. La processione introitale procede dalla Porta all’Altare, c’è un itinerario spirituale e cristologico-reale. Quale? Si procede dalla Soglia Cristica al termine Cristico della mensa del Signore. Per cui l’assemblea viene attraversata dal Cristo. La partecipazione dell’assemblea consiste nel farsi attraversare da questa realtà Cristica. L’inizio è la porta. Ma quale porta? Nella simbologia è quella d’Oriente, simbologia della Luce, simbologia di Cristo, da un luogo iniziale che è la Misericordia. La Porta della Misericordia è la porta dell’ingresso perché lì avvenivano le celebrazioni della Misericordia di Dio, i riti penitenziali, qui avviene l’ingresso di colui che ancora non è battezzato, si celebra la penitenza ed in antico i funerali. Dalla Porta della Misericordia alla Mensa dell’Altare, il cammino professionale è simbolicamente il cammino della Vita, ecco perché l’insistenza di chiudere – di murare le porticine del presbiterio dalle quali si passa dalla sacrestia all’altare per comodità. In liturgia e nella celebrazione, qualunque Segno parla, manda un messaggio, il segno più banale manda una comunicazione. La processione di ingresso in un certo senso agita la partecipazione dell’assemblea che si fa attraversare dal Cristo Misericordioso. Questa processione introitale (non sempre, ma almeno la domenica) ha segni esplicativi Cristici, cioè segni che sono tutti diretti ad avere una sola direzione: rappresentare Cristo. Segni diversi ma un’unica finalità. Quali sono questi segni esplicativi cristici? L’incenso nel turibolo, le lampade della processione, l’ingresso dell’evangeliario, la croce, il canto d’ingresso. Ciascuno di questi ha un riferimento.
L’incenso nel turibolo: il turibolo è l’oggetto che si agita, dove si tiene l’incenso che si chiama navetta. L’incenso è il profumo che si mette all’interno del turibolo. Questo rito significa il Corpo di Cristo pieno di buon profumo, il profumo dello Spirito Santo, ma nello stesso tempo significa che l’assemblea è chiamata ad esprimere il suo profumo spirituale a Dio. La simbolicità coinvolge il segno che è riferito a Cristo e il segno che contemporaneamente viene riferito all’assemblea perché noi siamo Corpo di Cristo.
Le lampade della processione: la simbologia delle lampade è significativa, Cristo Luce del mondo, i credenti del mondo. Il simbolo è riferito sempre a due realtà “realtà cristo, realtà credenti”.
Evangeliario: è il segno cristico per eccellenza, c’è la presenza iconica del Cristo nel vangelo.
La croce a stile: icona rassomigliata all’evangeliario, ma attenzione fra croce ed evangeliario, l’icona dell’evangeliario è più espressiva, più significativa. Per qual motivo? Perché nella Parola c’è la presenza sacramentale del Cristo, presenza che è sacramentale , è reale.
Il canto d’ingresso: il segno esplicativo cristico è dato anche dal canto d’ingresso che è coesivo dell’unione della sinassi – eucarestia, perché il canto ha una dinamica corale. Esprime la gioia introitale a motivo della venuta del Cristo in mezzo a noi e quindi è il canto del popolo di Dio radunato e celebrante il sacrificio della lode. Quindi il canto d’introito è una simbolizzazione dell’ingresso. Questo canto va strutturato e riferito come canto dell’assemblea. Il canto di ingresso non è la voce del coro, ma è canto della comunità celebrante, dell’assemblea. Ogni domenica o ogni celebrazione dell’anno liturgico mi mette in evidenza un aspetto del Mistero del Cristo per cui il canto d’ingresso va riferito all’aspetto del mistero di Cristo che quella domenica celebra e attua. La difficoltà è per le domeniche che stanno tra i due tempi forti: avvento-natale; quaresima-pasqua. Dobbiamo avere attenzione a questi elementi per poter dare al gesto una capacità di partecipazione.
accompagnato da gesti di venerazione quali il bacio. Il saluto all’altare e i gesti di venerazione significano per l’assemblea la presenza del Signore. L’altare è la presenza di Cristo, in antico non c’era il tabernacolo, c’era l’altare soltanto e chiunque entrasse in chiesa faceva la sua venerazione all’altare. L’inchinarsi o il bacio sono elementi esteriori che esprimono che si crede a questa presenza, quindi l’altare è Cristo. Ma se l’altare è manifestazione di Cristo, è icona cristica, l’altare ha anche un’altra iconografia è immagine speculare dei fedeli nell’altare, secondo quella stupenda indicazione che abbiamo nella 1Pt “Cristo pietra, non pietre vive”. In antico l’altare era quadrato, la simbologia del quadrato è simbologia cosmica. Il saluto all’altare viene accompagnato da gesti di venerazione tra i quali il bacio all’altare da parte del sacerdote e del diacono che celebra, segno di venerazione e segno di unione reciproca. Ma attenzione nei gesti dei ministri non c’è assente l’assemblea, ma l’assemblea è presente nel ministro, l’altare è venerato dall’assemblea, l’assemblea partecipa a quel gesto. Un altro segno di venerazione è l’incensazione. Questa incensazione riguarda la Mensa, riguarda la croce a stile, le reliquie. Coinvolge un po’ tutta l’area che ha il suo perno intorno all’altare. Ciò significa che vengono considerate quelle ricche icone di realtà trascendenti, quali sono la croce, le reliquie, le immagini. I segni di venerazione bacio e incensazione caratterizzano queste presenze significative che sono all’interno.
Il segno della croce avvolge ministri ed assemblea contemporaneamente e quindi un atto comunitario di inizio. Questo segno della croce iniziale è un rito che è una sintesi iniziale di tutto il mistero che sarà celebrato. Perché noi nella celebrazione celebriamo il mistero della salvezza, voluto dal Padre, attuato dallo Spirito, mediante il Cristo. Quindi il segno della croce è una sintesi iniziale. Questo segno unitario avrà un suo sviluppo o meglio un suo proseguimento nel saluto all’assemblea.
questo saluto ha diverse simbologie:
- è un segno di rispetto verso l’assemblea per la sua qualità di popolo di Dio e si concretizza nella chiesa;
- mette in luce o in evidenza la fede nella presenza operante del Cristo;
- viene dalla Istitutio Generalis Missalis Romani n. 28 che dice” lo scambio di saluto fra un ministro e popolo che risponde è un elemento manifestativi della chiesa formata”. Per cui noi siamo di fronte ad una chiesa che vive il suo culto arricchito da quell’augurio che il sacerdote consegna “il Signore sia con voi” e dalla risposta “con il tuo Spirito”, perché Gesù con la sua presenza rende efficace in noi ogni cosa.
Le parole di inizio del sacerdote, un’introduzione alla messa del giorno. Spesso questa allocuzione viene chiamata Monizione. Bisogna sottolineare la natura di questa allocuzione o monizione. Si tratta di poche parole idonee a comunicare nel modo più sintetico e più completo possibile l’idea motrice della celebrazione. La monizione non deve diventare una predica, un’omelia, ma deve essere breve. Si può cogliere dei testi o si può dire a parole proprie. Oltrepassare i limiti di una ristrettissima presentazione diventa pregiudizievole al ritmo della celebrazione e alla ricettività dell’assemblea. Qualunque monizione deve avere questa capacità “poche parole idonee a comunicare questo”. Il celebrante dall’inizio alla fine della celebrazione dipende totalmente dalla sua assemblea. Deve scegliere quello che serve alla comunità perché il punto di lettura è l’assemblea, la Istitutio Generalis Missalis Romani dice” nessun elemento venga scelto dal presbitero se non tenendo conto la sua assemblea”.
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Atto penitenziale
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Litania “Signore Pietà”
È uno dei momenti significativi della processione introitale. Abbiamo tre tipi di formulazione:
- attraverso l’espressione comunitaria del confitor-confesso, per cui è una forma comunitaria “proclamata”, “detta”, “recitata”, da tutta l’assemblea ;
- attraverso formule penitenziali desunte dalla sacra scrittura;
- attraverso i Tropi. Una domanda di perdono rivolta quasi sempre a Cristo dove c’è un inciso e una invocazione “Signore pietà, Cristo pietà”. È una formula con Tropi- versetti dialogici.
Tutti e tre i formulari penitenziali sono preceduti da un invito a riconoscere la propria colpevolezza ai fini del pentimento per meglio celebrare l’eucarestia. L’atto penitenziale si chiude con una formula” Dio Onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”, è una delle formule del Sacramento della penitenza.
- è ritenuto uno degli antichissimi inni dei primi secoli e presente in tutte le celebrazioni domenicali eccetto nei tempi di avvento e di quaresima per la caratteristica penitenziale che hanno questi tempi liturgici e poi nelle Solennità. È opportuno che questo inno venga di fatto cantato, non tanto recitato.
- Il gloria mette in evidenza la dimensione trinitaria della celebrazione, ma nello stesso tempo facendo parte dell’ufficio dell’introito si pone sulla stesso linea teologica dell’invocazione “Signore pietà”, come uno sviluppo di quella invocazione, quindi ha elementi di supplica e contenuto penitenziale. La parte finale del gloria è una specifica dossologia trinitaria, a parte le caratteristiche e le dimensioni che poi ha di lode e di gioia, che sono ovvi.
è l’elemento culminante dell’ufficio dell’introito. La parola colletta viene dal latino collidere cioè raccogliere insieme, congiungere, trattenere uniti. È detta appunto colletta perché l’orazione presbiterale raccoglie insieme e conclude le preghiere di tutti. Attraverso questa orazione-colletta, il popolo di Dio si congiunge in Uno, quindi è un’orazione che esprime il coinvolgimento dell’assemblea, pur essendo formulata a nome dell’assemblea da parte di colui che presiede la celebrazione. La colletta ha un suo contenuto specifico che si rapporta a quello del canto di introito, ciò significa che per alcuni aspetti il canto d’introito e la colletta vanno visti congiuntamente perchè l’uno e l’altra hanno lo scopo di introdurre lo spirito dei fedeli nel mistero del tempo liturgico o della festività che si celebra. Nella colletta vi è sempre il richiamo espresso alla Trinità anche se il tutto viene rivolto come preghiera al Padre per mezzo di cristo nello Spirito Santo. Quindi ha una chiave trinitaria generale ma in specifico cristologica e pneumatologia. Ha una sua struttura (quella classica), perché la colletta alternativa che c’è oggi questa struttura non la conserva granché. Sono 4 elementi della struttura: Anaclesi, Anamnesi, Epiclesi; Dossologia. Sostanzialmente sono la sintesi degli elementi che ci sono in tutta la preghiera eucaristica.
- L’Anaclesi è menzione della realtà di Dio. Spesso questa menzione della realtà di Dio è espressa in una sola formula “Dio Onnipotente ed eterno”, è una formula specifica della cultura occidentale.
- Anamnesi: nella orazione-colletta c’è sempre la memoria di un evento salvifico, è quell’accenno all’evento cristologico, per cui questa anamnesi cristologica varia all’interno del tempo liturgico. La colletta è un’orazione costantemente nuova nella celebrazione.
- Epiclesi: spesso non è tanto l’invocazione allo Spirito Santo, quanto suggerisce l’aspetto della supplica.
- Dossologia: chiude la colletta “per Cristo nostro Signore”, secondo il tipo di formulazione della colletta, ma sostanzialmente molte volte nomina direttamente tutte e tre le persone divine. Quindi la dossologia ha un aspetto di chiusura rivolto alla Trinità anche quando poi si chiude spesso, molte volte, con la formula “per Cristo nostro Signore” che è una delle chiusure classiche della preghiera e dell’invocazione della chiesa.
L’orazione colletta che ha questo contenuto, ha anche un suo modulo celebrativo che spesso non viene vissuto. Il modulo celebrativo è l’invito che lo avvertiamo nell’invocazione Preghiamo, è l’invito rivolto all’assemblea, dopo segue una pausa di silenzio, perché la colletta deve raccogliere queste preghiere, deve esserci un tempo sufficiente che le persone rivolgono almeno una pia elevazione dell’anima a Dio. In questo spazio di silenzio i fedeli prendono coscienza di essere alla presenza del Signore e formulano una loro preghiera personale, questo spazio non deve essere né troppo breve, né eccessivamente lungo, quindi una misura che il celebrante deve attuare captando la sensibilità e la situazione dell’assemblea, perché un’assemblea occasionale, molto varia e di folla è un’assemblea facilmente rumorosa. Deve esserci un’educazione al silenzio che può avvenire nelle assemblee infrasettimanali, perché sono più piccole, c’è un’altra dimensione e un’altra spiritualità, per chi è abituato ad andare a messa ogni giorno, da quella si può andare a quella domenicale. Questo tempo è prezioso per il fatto che stimola la partecipazione attiva in particolare la partecipazione spirituale interiore. Segue la Recitazione, cioè la formula di preghiera del presbitero che raccogliendo le intenzioni personali dell’assemblea ad alta voce, pronuncia quell’invocazione. Questa orazione come tutte le altre invocazioni in qualunque liturgia si svolgono non va mai sostenuta da altre parole, da suoni, da commenti o da strumenti, deve avvenire solo in assoluto silenzio dell’assemblea. Alla recitazione presbiterale vi è la Risposta che è l’Amen, che ha un significato, l’assemblea prende atto della preghiera del sacerdote, la conferma e la fa sua. Ecco perché deve essere un’orazione ascoltata ed ecco perché deve essere un’orazione in cui il celebrante deve avere la sensibilità di farsi sentire. L’Amen è corale quindi evidenzia l’unità dell’assemblea come soggetto della celebrazione.
A questo ufficio dell’Introito segue il segno della Parola quella che noi chiamiamo Liturgia della Parola.
La prima indicazione: il rapporto tra Parola ed Eucarestia non va mai dimenticato. Con la liturgia della Parola si entra nel cuore della celebrazione. Il rapporto tra Parola ed Eucarestia è tra Parola che annunzia e sacramento che realizza. Durante alcune celebrazioni particolari quali sono le Solennità sia Cristologiche, sia dei Santi, sia Mariane si usa la lettura antropologia cioè selezione di brani secondo certi temi o in rapporto al mistero che si celebra se è di Cristo o alla di Maria e dei Santi. La lettura antologica tenta di fare un discorso, attraverso la Parola di Dio si cerca di evidenziare il carisma del santo, anche se è una forzatura.
la Parola di Dio momento privilegiato della presenza divina: Dio è presente in modo vivo e attivo comunicando il suo pensiero e la sua volontà attraverso la Chiesa servita dal Lettore che in quel momento è autorizzato a rappresentarla. Questa presenza è reale anche se in una modalità propria diversa da quella dell’Eucarestia.
La Parola di Dio è un’opera ministeriale: cioè la chiesa compie la sua missione evangelizzatrice e catechetica mettendo a contatto dei fedeli la Parola di Dio. La liturgia della Parola è uno dei momenti più significativi di questo esercizio magisteriale, che è per la crescita della formazione spirituale, ed è uno stimolo alla conversione e alla santità.
La Parola proclamata è sempre evento nuovo: la novità è soprattutto l’applicazione specifica del messaggio all’assemblea presente e ad ogni suo membro in rapporto alla situazione in cui si trova. La Parola è un evento mai ripetuto, “sempre la stessa cosa”, perché la mia situazione è diversa in rapporto alla Parola e mi sollecita in modo diverso. Con la Parola poi l’evento edifica e fa crescere la Chiesa nel suo insieme e nei suoi membri. Questo significa che l’edificio ecclesiale op l’edificio personale può elevarsi ad un nuovo livello verso il culmine della perfezione.
La Parola sollecita adesione: è un ascolto attento che attraverso il quale si esprime il proprio assenso. È una parola cioè che deve essere fatta propria quindi passa. La Parola dall’Ambone passa, scende, attraversa l’assemblea. In un certo senso ritualmente in alcuni posti è indicativo e suggestivo come prima di iniziare la proclamazione della Parola il letionario o l’evangeliario, parte dall’altare, giunge all’assemblea e poi dall’assemblea va all’Ambone, cioè fa una lunga processione.
La Parola è un atto di culto: l’ascolto della Parola come l’annuncia la Chiesa è un atto di fede e di riconoscimento della sua origine divina, quindi è un omaggio di culto a Dio.
La Parola si attua nel sacramento: la liturgia della Parola forma in concreto un unico atto di culto con la liturgia eucarestia. Quindi la Parola preannuncio di Salvezza, nell’Eucarestia diventa evento realizzato di salvezza. La Parola di Dio ha dei prolungamenti, tra questi: il Salmo Responsoriale, il Testo che precede il Vangelo, e le Sequenze ( che avvengono solo a Pasqua – Vittime Pascali Laude -, a Pentecoste – Vieni Sante Spiritus -, all’Addolorata – Sabat Mater Dolorosa -, sono forme di poesia lirica).
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Salmo Responsoriale: è Parola di Dio pregata che rilegga il messaggio del testo veterotestamentario. È una forma di rimangiare la Parola già ascoltata. Bisogna educare le assemblea ad averlo nel canto, perché Parola cantata non è Parola recitata, almeno il ritornello.
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Omelia: è un esercizio del ministero e del magistero della chiesa non dei laici, però siamo coinvolti nel momento in cui la liturgia Eucaristica domenicale va preparata e la preparazione deve essere tale da fornire al celebrante gli elementi utili alla comunicazione che egli fa nella celebrazione. Siamo coinvolti lì dove c’è il cosiddetto Gruppo Liturgico che prepara la Liturgia.
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Silenzio: sono momenti dedicati a favorire l’azione dello Spirito santo che illumina la Parola è un silenzio ritenuto necessario perché la Parola di Dio penetri più a fondo nel cuore e permetta una risposta della mente e della volontà fatta di preghiera intima, compenetrata di fede, di amore e di speranza più consapevole. Può essere fatto un unico silenzio alla fine dopo l’omelia. Sarebbe opportuno in un processo educativo di partecipazione dell’assemblea che questo silenzio sia all’inizio della liturgia della Parola anche perché tra il sedersi dell’assemblea e l’inizio deve esserci un po’ di spazio. Molte volte conviene che questo piccolo spazio lo prolunghiamo così come non è necessario che se ci sono tre letture, prima lettura, salmo responsoriale e seconda lettura, che tutti e tre i lettori si spostano in una volta. Se si sale ad uno ad uno, si creano quegli spazi piccoli ma necessari per avere una celebrazione non affogata in un ritmo forsennato.